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Accordo Fiscale nella CNC: il Ruolo Chiave dell’Esperto nella Verifica della Coerenza

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Franco Sidoli

Quando si parla di concordato preventivo, c’è un’idea sbagliata che torna spesso: il giudice dovrebbe valutare se il piano conviene davvero ai creditori. In realtà, non è così. Il suo compito non è entrare nel merito della bontà economica della proposta né decidere se esistono alternative migliori. La giurisprudenza è chiara: il giudice deve solo accertarsi che le regole siano state rispettate e che la procedura sia stata seguita correttamente, senza spingersi oltre.

Dove si ferma il giudice: niente giudizi di merito

Secondo la legge italiana, il giudice deve solo controllare che la proposta e le attestazioni siano formalmente corrette. Non può invece mettere mano alla sostanza, cioè alla reale convenienza economica dell’accordo. In pratica, il tribunale deve accertarsi che l’attestazione sia basata su dati concreti e documentati, ma non entra nel merito della validità del piano o di eventuali alternative migliori per i creditori.

Questa linea è confermata da diverse sentenze della Corte di Cassazione. I giudici più alti hanno chiarito che l’attestazione prevista dall’articolo 161, comma 3, della Legge Fallimentare è una valutazione tecnica affidata a esperti indipendenti. Il giudice svolge una funzione di controllo formale e procedurale, senza esprimersi sulla convenienza economica o sulle scelte di merito.

L’obiettivo è garantire un equilibrio tra le parti e mantenere l’efficacia del concordato come strumento per risolvere le crisi aziendali. Se il giudice dovesse rimettersi a valutazioni di merito, si rischierebbero lungaggini e incertezze che rallenterebbero tutto il sistema.

L’attestatore: il vero protagonista tecnico

Al centro della procedura c’è l’attestatore, un professionista chiamato a verificare se la proposta ha basi solide. È lui che deve dimostrare, con dati e numeri alla mano, che il piano è sostenibile, che i creditori verranno soddisfatti in modo ragionevole e che non ci sono alternative migliori.

In questa fase si analizzano i bilanci, i flussi di cassa, il valore reale delle attività e altri fattori chiave. Se il giudizio dell’attestatore è negativo, il piano non può essere presentato o deve essere rivisto profondamente. Insomma, è lui a dire se il progetto ha senso dal punto di vista tecnico e finanziario.

Il giudice, invece, deve solo assicurarsi che questa attestazione sia completa e rispetti le norme. Non può sostituirsi all’attestatore o fare la propria analisi per decidere se il piano convenga o meno.

Cosa cambia nella pratica e cosa ci aspetta

Questo principio di non intervento del giudice sul merito aiuta a velocizzare le procedure e a contenere i costi. Senza un controllo giudiziario sulle valutazioni tecniche, le imprese in difficoltà possono avere risposte più rapide e certe, facilitando il loro recupero.

Detto questo, il dibattito resta aperto. C’è chi teme che senza un controllo più rigoroso possano passare piani poco affidabili, con conseguenze negative sul mercato del credito.

Nel 2024, la giurisprudenza resta ferma su questa linea, senza cambi di rotta significativi. Se in futuro arriveranno modifiche alla legge, dovranno trovare un equilibrio tra efficienza e tutela. Per ora, è chiaro: il giudice verifica solo la forma, non può entrare nel merito della convenienza della proposta.

Franco Sidoli

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