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Esonero Certificazione Corrispettivi per ETS: Novità e Limiti per le Attività Non Commerciali

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Sonia Rinaldi

Nel 2024, la questione resta spinosa: non tutte le attività di un ente no profit godono delle agevolazioni fiscali. Il Codice del Terzo Settore detta regole precise: solo ciò che è definito “non commerciale” può beneficiare delle agevolazioni. Questo significa che, senza il via libera ufficiale, anche realtà impegnate nel sociale rischiano di vedersi negate agevolazioni cruciali, soprattutto sulle imposte dirette e indirette. Una distinzione che pesa, eccome.

Codice del Terzo Settore: la linea netta tra attività commerciali e non

Il CTS, aggiornato recentemente, traccia una distinzione precisa tra attività commerciali e non commerciali. Per gli enti no profit, capire dove si colloca la propria attività è cruciale per accedere alle agevolazioni fiscali. Il criterio base è semplice: l’attività deve essere svolta senza scopo di lucro e rientrare nelle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale previste dal codice.

Non basta però dichiarare “non commerciale”. Il CTS spiega che devono essere progetti o servizi che non producono redditi commerciali abituali né margini di profitto. Per esempio, gestire una biblioteca pubblica senza vendere nulla è attività non commerciale. Ma organizzare eventi con vendita di prodotti può rientrare nelle attività commerciali.

Il via libera dell’Agenzia delle Entrate o degli enti di controllo è quindi essenziale. Senza questa certificazione, si rischia di perdere tutte le agevolazioni e di finire sotto il regime fiscale ordinario.

Cosa rischiano gli enti senza il riconoscimento di non commercialità

Chi non dimostra che la propria attività è non commerciale si trova a pagare di più. Esenzioni come quella dall’IRES o regimi semplificati per l’IVA sono riservati solo a chi rispetta i criteri del CTS.

Nel corso del 2024, diverse sentenze hanno ribadito l’importanza di questa distinzione. Organizzazioni che hanno svolto attività considerate commerciali si sono viste arrivare richieste di imposte arretrate, sanzioni e interessi. Questo ha spinto molti enti a rivedere i propri modelli di lavoro per evitare guai. Anche attività che sembrano istituzionali possono finire sotto la lente se generano introiti commerciali.

Per esempio, un’associazione che propone corsi a pagamento senza un legame chiaro con la sua mission sociale rischia di essere considerata commerciale. Lo stesso vale per la vendita di gadget o servizi accessori, che va valutata in rapporto all’attività prevalente e agli scopi statutari.

Come organizzare le attività per essere riconosciuti non commerciali

Per evitare problemi, le attività devono essere ben strutturate e documentate. Statuti e regolamenti interni devono chiarire le finalità sociali e sottolineare il carattere non lucrativo degli interventi. Serve anche una rendicontazione trasparente che distingua chiaramente i proventi istituzionali da quelli commerciali.

Un buon sistema di controllo interno aiuta a mantenere chiara la distinzione. Bilanci separati e comunicazioni regolari agli enti di controllo sono strumenti fondamentali. L’Agenzia delle Entrate valuta ogni caso con attenzione, spesso chiedendo certificazioni o dichiarazioni dettagliate.

Quando emergono dubbi o contenziosi, è prezioso il supporto di esperti fiscali. Le consulenze sono ormai un passaggio obbligato per chi opera nel terzo settore, soprattutto quando si lanciano nuovi progetti o eventi che possono generare introiti.

Non commerciale nel terzo settore: le sfide e cosa aspettarsi

Il confine tra attività commerciali e non commerciali resta una questione aperta e spesso controversa. Nel 2024 si registrano ancora zone d’ombra, soprattutto in ambiti come formazione, sport dilettantistico e iniziative culturali. La legge prova a essere chiara, ma deve bilanciare due esigenze: evitare abusi fiscali e allo stesso tempo sostenere il volontariato e le attività sociali.

In futuro, potremmo vedere regole più rigide o, al contrario, una maggiore elasticità, a seconda di come si muoveranno legislatori e giudici tributari. Nel frattempo, gli enti devono tenere alta la guardia, curando con attenzione la gestione e la documentazione delle loro attività per non incappare in sanzioni.

I controlli delle autorità fiscali si sono fatti più serrati, segno che la materia è sotto la lente. Le organizzazioni del terzo settore dovranno quindi aggiornare procedure e documenti per restare in regola. Riconoscere un’attività come non commerciale non è solo una questione fiscale: è anche la prova concreta della vocazione sociale di un ente.

Sonia Rinaldi

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