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Limiti ai Privilegi per le Retribuzioni nei Fallimenti: Cosa Cambia per gli Studi Associati Professionali

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Franco Sidoli

Milano, 21 gennaio 2026 – Nel campo delle procedure di fallimento, un nodo cruciale riguarda la prova che il corrispettivo richiesto sia davvero dovuto per prestazioni rese personalmente. Un principio che la giurisprudenza italiana ribadisce con forza, e che torna d’attualità nelle ultime decisioni del Tribunale di Milano, prese tra dicembre scorso e metà gennaio.

Il principio chiave nelle procedure concorsuali

Quando un professionista, un consulente o una società chiede di essere ammesso al passivo in una procedura fallimentare, il curatore prima e il giudice delegato poi devono accertare con cura la natura del credito. Solo se c’è un rapporto diretto tra la prestazione e chi l’ha effettivamente svolta – in prima persona o sotto la sua responsabilità – si può riconoscere il credito. Questo aspetto emerge chiaramente nella sentenza n. 47/2026 del Tribunale di Milano, pubblicata il 10 gennaio, dove si legge: “Per essere ammesso al passivo, il creditore deve dimostrare che il compenso è legato a prestazioni svolte personalmente e non per interposta persona”.

Documenti e prove: cosa serve davvero

La prassi consolidata – confermata dagli esperti sentiti da alanews.it negli uffici di via San Barnaba – non lascia spazio a dubbi: per verificare la personalità della prestazione serve controllare attentamente i documenti. Contratti, lettere di incarico, relazioni firmate sono fondamentali per capire chi ha davvero eseguito il lavoro per cui si chiede il pagamento. L’avvocato milanese Marco R. spiega: “Spesso ci si basa solo su fatture o scambi generici di mail. Ma se non c’è una prova chiara – nome e cognome del professionista che ha lavorato – la richiesta viene bocciata”.

Negli ultimi mesi le cancellerie dei tribunali lombardi hanno registrato un aumento dei ricorsi per ammissione tardiva proprio per mancanza di questa prova specifica. A confermarlo sono i numeri del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Milano: su 120 domande presentate tra ottobre e dicembre 2025, almeno una su cinque non ha superato l’esame iniziale per carenza documentale.

Il problema delle prestazioni delegate o seriali

Non sempre si tratta solo di dimenticanze. Spiegano fonti giudiziarie incontrate nei corridoi del Tribunale che spesso il tema riguarda le cosiddette “prestazioni seriali”, spesso delegate all’interno di studi associati o società multidisciplinari. Qui il rischio è che si chieda un corrispettivo per lavori svolti da altri rispetto al soggetto formalmente creditore. La Corte d’Appello di Milano ha ricordato più volte, anche durante le udienze dello scorso novembre, che “la personalità della prestazione resta fondamentale per proteggere tutti i creditori”.

Un funzionario della cancelleria fallimentare, che preferisce restare anonimo, aggiunge: “Riceviamo spesso richieste basate su incarichi standardizzati. Ma la legge richiede un legame diretto tra chi fa il lavoro e chi presenta la fattura”. Solo così – sottolinea – “il credito guadagna valore e priorità nell’ammissione”.

Effetti concreti: proteggere i creditori e dare certezze

Gli esperti di diritto fallimentare dell’Università Bocconi sottolineano che dietro questa norma c’è l’obiettivo di tutelare l’interesse collettivo dei creditori. Se bastasse una semplice dichiarazione o una fattura generica, le risorse potrebbero essere prosciugate da richieste senza basi reali. Per questo i tribunali chiedono prove solide, soprattutto quando si tratta di realtà professionali meno strutturate. “Il principio”, ricorda la professoressa Anna Molinari, “assicura trasparenza e responsabilità; paghiamo solo chi ha davvero lavorato”.

Non mancano però le critiche. Alcuni professionisti sostengono che questa rigidità nel riconoscere solo le prestazioni personali rischia di penalizzare società consolidate come quelle di servizi. Ma i giudici replicano: la legge è chiara e finora gli orientamenti non sono cambiati.

Conclusione: serve rigore nella forma oltre che nella sostanza

In sintesi, nel panorama delle procedure concorsuali italiane resta fermo il principio secondo cui il credito deve poggiare su prestazioni rese personalmente. Se manca una documentazione precisa o è troppo vaga, la domanda rischia l’archiviazione senza appello. Un monito netto rivolto a professionisti e società: bisogna muoversi con rigore anche nei dettagli formali dentro i tribunali fallimentari.

Franco Sidoli

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