Nel gioco delle società in accomandita semplice, il ruolo degli accomandanti sembra definito, ma la questione della concorrenza resta un terreno scivoloso. Molti danno per scontato che chi detiene questa posizione non possa mai fare concorrenza alla società. Eppure, la legge non è così netta. Quando nei patti sociali manca un divieto esplicito, cosa accade davvero? L’accomandante è libero di agire come vuole o deve comunque rispettare certi limiti? Le sentenze più recenti hanno acceso un faro su questa zona d’ombra, offrendo interpretazioni che vanno oltre il senso comune.
La società in accomandita semplice distingue due tipi di soci: gli accomandatari, che gestiscono e rispondono con tutti i loro beni, e gli accomandanti, che mettono capitale ma non gestiscono e hanno responsabilità limitata. La legge si concentra soprattutto sui doveri degli accomandatari, mentre per gli accomandanti lascia più spazio alle regole decise tra soci.
Non esiste infatti un divieto automatico per l’accomandante di lavorare in attività simili o concorrenti. Per impedirglielo serve un patto chiaro, scritto nei patti sociali. Se manca questo, la legge non pone limiti formali: l’accomandante può agire anche in settori simili a quello della società senza infrangere regole. Insomma, senza un accordo esplicito, non si può presumere un divieto tacito.
Questo principio si basa sugli articoli del codice civile che regolano i poteri e i doveri degli accomandanti, e su una giurisprudenza consolidata che richiede un patto scritto per imporre restrizioni di concorrenza. Anche se l’attività privata dell’accomandante potrebbe teoricamente danneggiare la società, senza un divieto scritto non si può limitarlo.
Nonostante questa libertà, l’accomandante non è del tutto senza vincoli. Se la sua attività in concorrenza danneggia la società o viola doveri di correttezza e buona fede, possono scattare sanzioni o richieste di risarcimento da parte degli accomandatari o della società stessa.
I tribunali hanno ribadito che l’illecito concorrenziale va valutato oltre il semplice contenuto del contratto. Solo un patto esplicito o comportamenti scorretti, che ledano gli interessi comuni, possono configurare una violazione.
Per esempio, se un accomandante mette sul mercato un prodotto simile a quello della società senza divieto scritto, in teoria è lecito. Ma se questa attività tradisce obblighi di lealtà o provoca un danno economico, può essere contestata.
Così si cerca un equilibrio tra la libertà economica dell’accomandante e la tutela degli interessi sociali e degli altri soci. Diventa quindi fondamentale inserire nei patti sociali clausole precise sulle limitazioni, per evitare problemi in futuro.
Per evitare malintesi e litigi, è importante che i patti sociali specifichino chiaramente se l’accomandante può o meno fare concorrenza. Dettagliare queste regole aiuta tutti a sapere dove si può andare e dove no.
Nella pratica, molte società inseriscono clausole che vietano agli accomandanti di fare concorrenza durante la vita della società o anche dopo. Senza queste clausole, non si può imporre il divieto in modo unilaterale.
Quando si redigono o rinnovano i patti, conviene affidarsi a esperti di diritto societario. Così si possono scrivere regole che tutelino la società e i soci accomandatari, senza calpestare i diritti degli accomandanti.
Una formulazione chiara evita incertezze e riduce i contenziosi. Se dovesse emergere una violazione, sarà più semplice agire legalmente per difendere gli interessi della società.
Oltre al divieto di concorrenza, si possono inserire meccanismi di controllo e sanzioni, per monitorare e intervenire tempestivamente in caso di comportamenti scorretti.
Con un po’ di attenzione e prevenzione si mantiene un giusto equilibrio tra la libertà degli accomandanti e la protezione della società, evitando sorprese e problemi lungo la strada.
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