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Revocatoria fallimentare: esenzione da azione limitata ai pagamenti nei termini d’uso con conoscenza dell’insolvenza

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Franco Sidoli

Milano, 21 gennaio 2026 – La Corte di Cassazione ha messo un punto chiaro, proprio in queste settimane, sulla revocatoria fallimentare. Ha sottolineato quanto sia decisiva la conoscenza reale dello stato di insolvenza da parte di chi riceve un pagamento da una società poi dichiarata fallita. Una sentenza attesa dagli addetti ai lavori, che rivede l’equilibrio tra creditori e procedure concorsuali.

Revocatoria: quando scatta davvero il sospetto?

La revocatoria fallimentare, prevista dagli articoli 64 e seguenti della legge fallimentare, dà al curatore la possibilità di “recuperare” atti compiuti a danno dei creditori nei mesi o negli anni prima del fallimento. Ma non sempre un pagamento fatto poco prima del crac può essere restituito. La Cassazione ha chiarito che serve una conoscenza concreta, non presunta, dell’insolvenza.

Nel caso in questione – una società metalmeccanica milanese fallita a fine 2023 – il curatore aveva chiesto di annullare una serie di pagamenti fatti a un fornitore qualche mese prima della dichiarazione di fallimento. Per il curatore era evidente che la crisi fosse ormai evidente e che il creditore ne fosse al corrente. Tuttavia, i giudici di merito avevano respinto la richiesta, sostenendo che il fornitore aveva agito in buona fede e non c’erano prove certe della sua conoscenza dello stato di difficoltà.

Cassazione: serve una prova “chiara e precisa”

Con l’ordinanza n. 789/2026 depositata il 15 gennaio scorso, la Suprema Corte ha confermato questo indirizzo. “La revoca del pagamento presuppone che il creditore abbia avuto una ‘conoscenza effettiva’, e non solo ipotetica, dell’insolvenza della società debitrice,” si legge nel testo. Insomma, non basta che i pagamenti siano stati fatti poco prima del fallimento per dimostrare la mala fede.

I giudici hanno poi aggiunto qualcosa di importante: “Spetta al curatore fornire prove serie e precise di questa consapevolezza.” Tradotto: per ottenere indietro le somme bisogna mostrare elementi concreti. Per esempio email con allarmi sullo stato finanziario, solleciti rimasti senza risposta o altri documenti chiari. Non basta dire “si sapeva” o basarsi sulla voce diffusa della crisi del settore; si deve dimostrare che il fornitore sapeva – o almeno non poteva ignorare – che la situazione era compromessa.

Tra tutela dei creditori e certezza dei rapporti commerciali

Secondo Alessandro Riva, docente di diritto commerciale alla Statale di Milano, questa linea cerca un equilibrio tra due esigenze opposte: da un lato tutelare i creditori danneggiati; dall’altro evitare di mettere in crisi i rapporti d’affari ordinari. “L’obiettivo è evitare che ogni pagamento fatto poco prima del fallimento venga messo in discussione,” spiega Riva. In pratica, la revocatoria non deve diventare uno strumento per punire chi agisce senza dolo.

Tra gli avvocati milanesi è subito partita la discussione: “Serve cambiare mentalità,” ammette Francesca Lodi dello studio Lodi & Partners. Per lei ora è cruciale la prova della conoscenza effettiva dell’insolvenza. Non bastano più sospetti o difficoltà generiche: ci vogliono fatti precisi.

Fornitori e banche nel mirino

I soggetti più coinvolti da questa svolta sono i fornitori abituali e le banche. Secondo gli esperti sentiti da alanews.it, chi lavora stabilmente con un’impresa tende a sottovalutare certi segnali o ritardi nei pagamenti. Ora però chi riceve soldi in momenti critici dovrà prestare più attenzione alle informazioni raccolte e alle comunicazioni con il cliente.

Nei prossimi mesi si aspetta un aumento dei casi in cui i curatori proveranno a dimostrare che l’altra parte era consapevole della crisi: “Le prove documentali – mail, messaggi WhatsApp, verbali di riunioni – diventeranno decisive,” racconta un curatore che segue diverse procedure nel milanese. C’è anche il rischio di più richieste istruttorie verso i fornitori per capire perché hanno accettato certi pagamenti proprio prima del fallimento.

Una sentenza destinata a cambiare le carte in tavola

È chiaro perché questa sentenza abbia catturato l’attenzione degli ambienti giuridici e imprenditoriali. Le regole sulla revocatoria fallimentare ora fissano un confine netto: resta protetta la buona fede, ma chi sapeva rischia grosso. Però – avvertono diversi curatori – manca ancora uniformità nella raccolta delle prove. Nel frattempo negli studi legali milanesi fioccano corsi su come gestire al meglio la documentazione tra imprese in crisi.

Resta aperta una domanda: quante transazioni “sospette” finiranno davanti ai giudici nei prossimi anni? Lo scopriremo solo col tempo… e con le sentenze che arriveranno.

Franco Sidoli

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