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Sanzioni per indebita compensazione e dichiarazione infedele: cosa dice la prassi garantista

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Sonia Rinaldi

Roma, 10 gennaio 2026 – La “tesi della prassi” torna a far discutere nel mondo del diritto italiano, soprattutto dopo una serie di indagini penali in corso a Milano e Torino. Magistrati, avvocati e studiosi sono di nuovo al lavoro per capire come interpretare i principi garantisti alla luce di questi casi che vedono coinvolti pubblici ufficiali e imprenditori. Lo scontro tra teoria e pratica giudiziaria – da sempre complicato – oggi si fa ancora più acceso. E resta un interrogativo chiave: dove passa davvero la linea tra diritto scritto e tutela concreta dei diritti?

Le radici e i protagonisti della tesi della prassi

Non è una novità la cosiddetta “tesi della prassi” tra chi lavora in magistratura o nel mondo forense. Il termine è nato negli anni Ottanta, quando alcuni giuristi, tra cui spiccano Vittorio Grevi e Giuliano Vassalli, suggerirono un modo meno rigido di leggere le regole processuali. Più peso alla consuetudine che si è creata negli uffici giudiziari nel tempo, meno all’interpretazione letterale delle leggi. In pratica, la prassi consolidata nei tribunali può garantire di più il rispetto dei diritti delle parti rispetto a un’applicazione pedissequa delle norme.

Lo ha ricordato questa settimana anche il presidente dell’Unione Camere Penali Italiane, Gian Domenico Caiazza, parlando a Palazzo di Giustizia: “La prassi è un baluardo concreto per proteggere l’imputato e il difensore. Tiene conto delle esigenze reali, non solo della freddezza della legge scritta”.

Garantismo e tutela reale: il nodo da sciogliere

Al centro del dibattito c’è la questione della vera garanzia dei diritti processuali. Chi sostiene la tesi della prassi dice che affidarsi alle consuetudini consolidate aiuta a evitare interpretazioni troppo rigide o arbitrarie. È importante soprattutto su questioni come notifiche, depositi degli atti o modalità con cui vengono ascoltati i testimoni. Per esempio, l’avvocato milanese Luigi Chiappero ricorda come seguire la prassi in materia di termini per le istanze cautelari eviti che errori formali finiscano per limitare la libertà personale: “È una questione di buon senso”.

Dall’altra parte però ci sono opinioni diverse. La giudice torinese Serena Caputo mette in guardia: “La legge è il primo scudo per tutti. Allontanarsi troppo dalle regole scritte rischia di creare disparità tra tribunali diversi”.

Milano e Torino: i casi che riaccendono il confronto

Il tema è tornato d’attualità con le indagini su funzionari pubblici accusati di abuso d’ufficio. A Milano, la difesa di un alto dirigente comunale ha fatto leva sulla prassi consolidata che considera valide alcune comunicazioni anche senza firma digitale. L’avvocato Maria Laura Berti ha detto al collegio guidato dal giudice Cecilia Bartolini: “Non si può punire un errore materiale quando c’è una prassi accettata da tutte le parti”.

Anche a Torino la questione ha acceso gli animi: qui la Procura contesta ai difensori una richiesta tardiva di prova testimoniale, mentre secondo l’usanza locale era invece tempestiva. Nei corridoi del Palazzo di Giustizia si è percepita tutta la tensione tra formalismo e tutela concreta. Solo ieri alcuni penalisti hanno chiesto l’avvio di un tavolo permanente per uniformare le procedure.

Formalismo a rischio? Il dibattito continua

In Parlamento non sono mancati gli interventi sul tema. La deputata Valeria De Simone (PD) ha sottolineato come “troppo formalismo può mettere a rischio i diritti degli imputati”. Intanto la Commissione Giustizia sta valutando alcune modifiche al codice penale proprio per accogliere le prassi più efficaci e ridurre le differenze tra tribunali. Il Ministero della Giustizia, con a capo Carlo Nordio, ha fatto sapere che sono in corso “iniziative per garantire maggiore uniformità”, senza però rinunciare alle “soluzioni che nel tempo hanno dimostrato di proteggere davvero”.

In queste settimane si moltiplicano dibattiti pubblici e audizioni tecniche. Gli avvocati delle Camere Penali insistono con forza: “La tesi della prassi non è una scorciatoia”, ha ribadito ieri sera Caiazza alla Fondazione Forense. “È il diritto che vive ogni giorno confrontandosi con situazioni reali”.

La domanda resta aperta: qual è l’equilibrio giusto tra norme scritte e pratiche consolidate? Per ora, nei corridoi pieni e tra faldoni sparsi sulle scrivanie, chi lavora nei tribunali sembra convinto che il vero garantismo passi spesso proprio da quel bagaglio di esperienze nate nella quotidianità delle aule giudiziarie.

Sonia Rinaldi

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