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Abuso di intermediazione finanziaria: la Suprema Corte conferma il reato per attività senza autorizzazione

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Luca Ippolito

Roma, 21 dicembre 2025 – Ieri la Corte di Cassazione ha messo la parola fine a un caso che da tempo fa discutere: quello dell’associazione a delinquere finalizzata all’esercizio abusivo di attività finanziarie. La sentenza, arrivata giovedì pomeriggio a Palazzo di Giustizia, riguarda un gruppo di persone accusate di aver creato una struttura ben organizzata, con ruoli precisi e un chiaro coordinamento, per offrire servizi finanziari senza le necessarie autorizzazioni.

Cassazione: le ragioni della sentenza

Dai documenti e dalle motivazioni lette in aula ieri mattina emerge che la decisione della Cassazione si basa soprattutto sulle indagini del 2021 condotte dalla Guardia di Finanza di Milano. Gli investigatori avevano scoperto incontri regolari tra i principali indagati, tra cui spiccano i nomi di Franco Salviati, 47 anni, di Sesto San Giovanni, e Giovanni Capasso, 54 anni, milanese. Secondo l’accusa, questi avevano messo in piedi una rete capillare per raccogliere soldi da privati e imprese.

Nel provvedimento si parla chiaramente di “costituzione e partecipazione a una associazione criminale con l’obiettivo specifico di svolgere attività di intermediazione finanziaria senza i titoli autorizzativi previsti dall’articolo 106 del Testo Unico Bancario”. Non si tratta di un episodio isolato: le operazioni contestate si sarebbero ripetute dal 2018 al 2022.

Il reato contestato e il quadro normativo

L’accusa principale fa riferimento all’articolo 416 del codice penale, che punisce l’associazione a delinquere. Parallelamente, il comportamento degli imputati sarebbe sanzionato anche dall’articolo 132 del Testo Unico Bancario, che vieta l’esercizio abusivo delle attività finanziarie. A spiegare l’importanza del caso è stato il procuratore aggiunto Marco Luciani, che ha parlato con i giornalisti dopo l’udienza: “Non è la solita truffa ai danni di qualche investitore singolo. Qui c’è una vera organizzazione con ramificazioni oltre la Lombardia, capace di muovere centinaia di migliaia di euro sfruttando la fiducia di clienti ignari”.

La difesa invece ha sempre sostenuto che non ci fosse né stabilità nell’accordo né un’organizzazione vera e propria. Ma la Corte, con una sentenza molto dettagliata, ha ricostruito come funzionava il gruppo: “Compiti divisi, piani comuni e strategie condivise”, si legge nelle motivazioni.

Dalle indagini alle reazioni

Tutto è partito quasi per caso: un controllo fiscale su movimenti bancari sospetti ha portato gli investigatori a notare versamenti strani su conti intestati a società “apri e chiudi”, spesso riconducibili a prestanome, secondo quanto riportato dalla Guardia di Finanza. Dopo mesi di controlli incrociati tra Milano, Brescia e Como è emersa l’ipotesi dell’associazione a delinquere.

Il blitz vero e proprio è scattato all’alba del 14 febbraio 2023. Durante quell’operazione sono stati sequestrati computer, telefoni e documenti vari, insieme a contratti privati che descrivevano prestiti illegali. In aula ieri si sentiva una certa tensione: gli avvocati degli imputati hanno espresso “delusione e sorpresa” per la decisione e hanno annunciato possibili ricorsi alle Corti europee. Tra il pubblico anche alcuni familiari degli accusati, rimasti in silenzio durante la lettura della sentenza.

Le conseguenze della sentenza della Cassazione

Questa decisione della Suprema Corte – la prima dopo le recenti modifiche alla legge bancaria introdotte dal Decreto Legislativo 110/2023 – avrà un peso concreto per chi lavora al limite delle regole nel mondo del credito. La sentenza ribadisce che creare una rete organizzata per fare attività finanziarie senza autorizzazione non è solo una violazione amministrativa ma anche un reato penale legato all’associazione criminale. “Il rischio – ha spiegato ieri il professor Stefano Canepa, esperto di diritto penale dell’economia all’Università Statale di Milano – è che molti piccoli operatori sottovalutino le conseguenze. La legge qui non lascia scappatoie”.

Nel testo della sentenza si cita anche un precedente del 2019 quando la Cassazione aveva annullato una condanna proprio perché mancava la prova della stabilità organizzativa. Questa volta però gli elementi raccolti sono stati definiti “solidi come pietra”.

E adesso cosa succede?

Nei prossimi giorni verranno pubblicate tutte le motivazioni integrali della sentenza. Intanto negli ambienti forensi milanesi si parla molto dell’effetto dissuasivo che questa decisione potrebbe avere su casi simili. “Serve più prevenzione e informazione – ha detto l’avvocato penalista Luca Della Torre, parte civile per alcuni risparmiatori – perché chi agisce fuori dalle regole danneggia tutto il sistema economico”.

Una storia partita quasi sottotraccia ma destinata ora a diventare un punto di riferimento per chi opera nel settore finanziario italiano. La parola fine sembra però ancora lontana da arrivare.

Luca Ippolito

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