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Franco Sidoli

Roma, 2 dicembre 2025 – Nei tribunali italiani, la classificazione giuridica dei fatti continua a far discutere. Non è una sorpresa: su certi comportamenti o eventi si affacciano precedenti giurisprudenziali che orientano – ma non sempre vincolano – le decisioni dei giudici. Proprio in queste ore, una nuova controversia sta animando le aule del Palazzo di Giustizia di Roma, mettendo al centro il ruolo dei “precedenti” e la loro influenza sulle sentenze.

Quando i precedenti fanno la differenza

Da fonti giudiziarie arriva conferma che alcuni casi simili risolti in passato “indicano quella classificazione”, come si legge nei verbali depositati. Spesso, quando bisogna decidere se un comportamento rientri in un reato o in un illecito amministrativo, le corti si rifanno alle sentenze già emesse. Un magistrato romano, che ha preferito restare anonimo, ha spiegato: “Non siamo come la common law anglosassone, dove i precedenti sono vincolanti. Però contano eccome. Soprattutto quelli delle Sezioni Unite o della Corte di Cassazione”.

L’ultimo caso al centro del dibattito – discusso questa mattina in piazzale Clodio – riguarda una questione al confine tra responsabilità penale e amministrativa. Il giudice ha letto un’ordinanza poco dopo le 10.30, richiamando “gli orientamenti già espressi dalla Cassazione” in episodi del 2019 e del 2022. Ha ribadito che “la giurisprudenza costante indirizza l’interpretazione, salvo motivi validi per fare diversamente”.

Cassazione: la bussola dell’interpretazione

In Italia, la funzione nomofilattica della Corte di Cassazione – cioè il suo ruolo nell’uniformare l’interpretazione delle leggi – è un punto fermo per giudici e avvocati. “Se la Cassazione ha già detto più volte la sua su una certa condotta, diventa difficile discostarsi senza rischiare impugnazioni”, conferma l’avvocato Giovanni La Monica del foro di Roma.

Negli ultimi anni alcune sentenze chiave – come la 12540/2019 e la più recente 48221/2022 – hanno fissato criteri utili proprio in questi casi di dubbio sulla classificazione. “La differenza sta nei dettagli concreti e nelle intenzioni di chi agisce”, si legge nella sentenza 48221, citata sempre più spesso nelle aule.

Ma come sottolineano molti esperti, il nostro sistema non prevede che i precedenti siano vincolanti in modo assoluto. “Ogni caso va valutato da sé”, dice La Monica, “ma ignorare i precedenti è impossibile”. Perciò serve spiegare bene quando si decide di fare diversamente dal passato.

Cosa cambia per chi è coinvolto

Per cittadini e avvocati, avere precedenti simili sul tavolo può essere una certezza ma anche un rischio. “Quando sappiamo che ci sono sentenze simili dietro, prepariamo le memorie di conseguenza”, racconta l’avvocato Daniela Perrone che assiste uno degli interessati a Roma. “Ma può bastare un particolare nuovo per ribaltare tutto”.

La consultazione delle banche dati giurisprudenziali diventa sempre più scrupolosa: stamattina alle 11, nella cancelleria del Tribunale penale, gli addetti scartabellavano fascicoli e sentenze alla ricerca di ogni riferimento utile. “È un lavoro minuzioso”, dice uno di loro, “ma fondamentale per costruire una buona difesa”.

Precedenti e futuro: il delicato equilibrio

Il dibattito sul peso dei precedenti giurisprudenziali è destinato a non fermarsi. Le continue riforme della giustizia, le nuove tipologie di reato e le norme sovranazionali complicano il quadro. Eppure molti giudici continuano a guardare ai precedenti come a una bussola: non sempre obbligatoria, ma spesso indispensabile quando le norme sembrano contraddittorie.

Anche il presidente dell’Ordine degli Avvocati di Roma, Mario Scipioni, ha toccato il tema: “Guardare al passato ci aiuta a mantenere coerenza. Ma serve anche aprirsi alle novità del presente”.

Così stamattina tra i corridoi del Tribunale romano si respirava quella tensione sottile tra tradizione e innovazione che accompagna ogni decisione giudiziaria. Con i precedenti sempre lì sul tavolo: pronti a pesare ancora sulla scelta finale del giudice.

Franco Sidoli

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