Roma, 27 gennaio 2026 – La Corte di Cassazione ha ribadito, con una sentenza pubblicata ieri mattina a Palazzo di Giustizia, che la verifica dello status giuridico oggetto del ricorso deve seguire una procedura articolata in tre fasi distinte, confermando la linea già tracciata dalla giurisprudenza negli ultimi anni. I giudici della Suprema Corte sottolineano come questo percorso sia fondamentale per garantire chiarezza e tutele nel riconoscimento degli status.
La sentenza — depositata intorno alle 11.15 presso la cancelleria della Cassazione in piazza Cavour — specifica il percorso che i tribunali devono rispettare per accertare lo status giuridico di una persona, che si tratti di questioni legate a cittadinanza, protezione internazionale o altri riconoscimenti legali. Si tratta di un test in tre passaggi, definito dagli stessi magistrati “irrinunciabile”.
Il primo passo è la verifica dei fatti storici rilevanti, basandosi sia sulla documentazione presentata dalla parte sia sulle indagini d’ufficio. Solo dopo si passa alla seconda fase, ovvero l’esame delle norme da applicare al caso concreto. Infine, la sentenza chiarisce che l’ultimo passaggio consiste nel confrontare la situazione personale con i requisiti previsti dalla legge per riconoscere o attribuire lo status.
Nel testo si fa più volte riferimento ai precedenti: “L’orientamento ormai è consolidato”, si legge nella sentenza firmata dal presidente della sezione civile Giovanni Lattanzi. Sentenze del 2021 e del 2023 avevano già tracciato questo stesso percorso. Lo scopo è evitare interpretazioni discordanti e limitare la discrezionalità senza basi chiare e oggettive.
«È un metodo che assicura certezza del diritto» ha spiegato l’avvocato Nicola Castaldi, tra i legali coinvolti nel caso in questione. In passato, proprio la mancanza di passaggi ben definiti aveva creato problemi: alcune corti avevano interpretato in modo diverso i criteri per valutare lo status, con risultati non uniformi anche su casi simili.
Secondo gli esperti di diritto amministrativo sentiti da alanews.it, questa sentenza avrà un impatto immediato sui tanti procedimenti ancora aperti nei tribunali italiani. «Gli uffici dovranno adeguarsi», conferma una fonte del ministero della Giustizia che preferisce restare anonima. In particolare, spiega, l’applicazione rigorosa di questo test a tre passaggi dovrebbe ridurre le incertezze soprattutto in materie delicate come il riconoscimento dello status di rifugiato o il rilascio della cittadinanza.
Chi segue da vicino le questioni sull’immigrazione lo sa bene: solo nei primi sei mesi del 2025 sono stati presentati oltre 9.500 ricorsi per protezione internazionale, secondo i dati dell’UNHCR. Una mole enorme che mette sotto pressione le sezioni specializzate dei tribunali. La decisione della Cassazione viene quindi vista come un modo per uniformare le procedure.
Ieri non sono mancate reazioni da parte di magistrati e avvocati. C’è chi parla di “un richiamo doveroso”, come ha detto il giudice Roberto De Giorgi durante un incontro all’Ordine degli Avvocati di Roma poco dopo la pubblicazione della sentenza. «Negli ultimi anni — ha aggiunto — si erano create troppe zone d’ombra». Altri invece temono che questa rigida sequenza possa portare a interpretazioni troppo strette.
Giulia Franchetti, avvocato del foro milanese, ha commentato così: «Va bene mettere ordine sui passaggi obbligatori, ma bisogna sempre considerare le peculiarità dei singoli casi». Anche tra gli accademici il dibattito resta aperto. Il professor Giorgio Morandini dell’Università di Bologna ha detto ad alanews.it: «Avere un percorso definito aiuta a ridurre l’incertezza delle sentenze».
La sentenza non cambia la legge, ma indica come deve essere applicata dai giudici ordinari. Nei prossimi mesi tutti gli occhi saranno puntati sugli effetti soprattutto nei casi più complessi, specie alla luce delle procedure accelerate introdotte dal decreto sicurezza del 2024. Come spesso succede, saranno le prime decisioni concrete a dire se questo test a tre fasi riuscirà davvero a portare uniformità e tutela reale dei diritti — non solo sulla carta.
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