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Donazione indiretta tra coniugi e conviventi: quando serve la prova dello spirito di liberalità

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Luca Ippolito

“Non è donazione se manca l’animus donandi”: così ha ribadito la Corte, mettendo in chiaro un punto cruciale ma spesso frainteso nel diritto civile. Molti credono che, tra familiari, un trasferimento di beni sia automaticamente un regalo. Non è così. La volontà libera e consapevole di donare – l’animus donandi appunto – non si presume mai d’ufficio, neppure tra genitori e figli.

Il confine tra un atto di generosità e un semplice passaggio patrimoniale, magari legato a qualche obbligo o condizione, è sottile. Senza una prova esplicita di questa intenzione, la natura giuridica dell’atto resta incerta. Ecco perché la giurisprudenza insiste: non basta il sangue a definire una donazione, serve la chiara manifestazione di volontà.

Animus donandi: cosa dice davvero la legge

L’animus donandi è la volontà di arricchire qualcun altro senza chiedere nulla in cambio. Nel nostro ordinamento, è il cuore della donazione, come previsto dal Codice Civile. Però il legame familiare, per quanto importante, non basta a dimostrare che questa volontà ci sia.

Spesso tra familiari c’è un forte legame affettivo, ma non significa che ogni passaggio di proprietà sia una donazione fatta consapevolmente. Per esempio, se un genitore dà una casa al figlio, bisogna vedere se ha davvero voluto rinunciare a qualsiasi diritto su quel bene. Senza una chiara prova, non si può parlare di animus donandi.

La giurisprudenza ha più volte sottolineato che basarsi solo sul rapporto familiare per definire una donazione può portare a errori, confondendo donazioni con altri tipi di atti, come i legati o i trasferimenti a titolo oneroso. Questo è particolarmente evidente nelle cause ereditarie, dove la distinzione ha effetti importanti.

Come riconoscere l’animus donandi in famiglia

Per capire se c’è davvero animus donandi, bisogna guardare non solo al documento che registra il trasferimento, ma anche a come sono andate le cose nella realtà e alle intenzioni di chi ha fatto il gesto. Si possono usare testimonianze, comportamenti successivi e verificare se chi ha ricevuto il bene ha avuto obblighi o condizioni.

Un esempio chiaro: se un coniuge passa una parte del patrimonio all’altro senza chiedere niente e lo fa con un atto pubblico che dichiara esplicitamente la volontà di donare, allora l’animus donandi c’è. Se invece manca un atto del genere o ci sono segnali che il trasferimento è legato a un accordo o a un tornaconto, non si può parlare di donazione.

Anche il comportamento dopo il trasferimento è importante. Se chi riceve il bene lo usa come suo senza riserve e chi ha dato non chiede nulla indietro, questo conferma la volontà di donare.

Cosa cambia per famiglie e avvocati

Capire che l’animus donandi non scatta automaticamente solo perché si è in famiglia è fondamentale. Per gli avvocati e i notai significa che bisogna documentare bene la volontà di donare. Gli atti devono essere chiari, senza lasciare spazio a dubbi, altrimenti si rischiano contestazioni future.

Anche chi riceve deve sapere che senza una chiara prova di animus donandi la situazione può complicarsi, soprattutto in caso di successioni o divisioni di beni. Senza questa prova, la donazione può essere messa in dubbio o addirittura annullata.

Per le famiglie, quindi, è importante non affidarsi solo al buon senso o all’affetto, ma formalizzare ogni passaggio di proprietà. Un documento chiaro evita malintesi e contenziosi, mettendo ordine tra donazioni, legati e trasferimenti a titolo oneroso.

Nel 2024, con un quadro giuridico sempre più attento a tutelare la libertà di disporre del proprio patrimonio, la chiarezza nelle donazioni tra familiari è più che mai necessaria.

Luca Ippolito

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