Interessi passivi banche: deducibilità limitata fino al 2029 con il consolidato fiscale

Sonia Rinaldi

19 Gennaio 2026

Milano, 19 gennaio 2026 – Le aziende che scelgono di aderire al consolidato fiscale possono in pratica azzerare gli effetti della parziale indeducibilità degli interessi passivi legati ai finanziamenti tra società dello stesso gruppo. È un tema che negli ultimi mesi ha attirato l’attenzione di molti gruppi societari, non solo tra i consulenti, ma anche tra amministratori e direttori finanziari, soprattutto nelle imprese medio-grandi del settore industriale lombardo.

Consolidato fiscale e deducibilità degli interessi: cosa cambia davvero

Tutto parte dalla normativa sulla deducibilità degli interessi passivi, fondamentale per le società che ricevono prestiti da altre società dello stesso gruppo. La regola principale, contenuta nell’articolo 96 del Tuir, limita la possibilità di dedurre gli interessi passivi dal reddito imponibile se questi superano una certa soglia, calcolata in base agli interessi attivi e al risultato operativo lordo. Lo scopo è chiaro: evitare che si riduca troppo il carico fiscale attraverso la leva finanziaria interna.

Ma quando un gruppo decide di adottare il regime di consolidato fiscale nazionale, cambia tutto. Qui i redditi e le perdite delle società partecipanti si sommano in un’unica base imponibile per tutto il gruppo. Come spiegano fonti tributarie interpellate da alanews.it, così facendo “le limitazioni sull’indeducibilità degli interessi passivi si azzerano praticamente, almeno per le operazioni interne al gruppo”.

Cosa significa nella pratica per i gruppi

Sul campo molte aziende hanno dovuto fare i conti con la parziale indeducibilità degli interessi pagati a società sorelle o controllanti. Un problema che può pesare parecchio sui conti a fine anno, soprattutto in realtà con grandi movimenti finanziari interni come quelle del settore industriale lombardo o le holding immobiliari milanesi.

Scegliendo il consolidato fiscale, invece, il gruppo riesce a “neutralizzare” questo effetto. In soldoni: costi e ricavi si sommano nella capogruppo e questo permette di evitare doppi pagamenti o la perdita della deducibilità. A spiegarlo chiaramente è stato, in una recente intervista al Sole 24 Ore, Riccardo De Biasi, fiscalista dello studio Ghedini: “Per molte holding questa è una strategia efficace per gestire meglio la fiscalità interna senza rischiare contestazioni”.

Norme da rispettare e limiti

Va detto però che la neutralizzazione non scatta automaticamente. Ci sono vincoli precisi da rispettare: ad esempio la durata minima dell’adesione al regime (di solito tre anni), la trasparenza dei rapporti finanziari infragruppo e il rispetto delle condizioni dettate dal Tuir. Un errore nella compilazione dei modelli Unico può compromettere tutto – avvertono gli esperti.

L’Agenzia delle Entrate si è più volte espressa sull’argomento con circolari interpretative (come la n. 19/E del 2014). La neutralizzazione vale solo per i rapporti “interni” al consolidato e nei limiti previsti dalla legge italiana. Non si applica invece agli interessi passivi verso soggetti esterni al gruppo o riferiti a periodi precedenti l’ingresso nel consolidato.

Impatto operativo e riflessi sulla pianificazione fiscale

Per i gruppi industriali italiani scegliere il consolidato fiscale è diventato un passaggio importante nella loro pianificazione fiscale. Secondo un’indagine pubblicata a dicembre dal CNDCEC (Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti e degli Esperti Contabili), nel 2025 l’utilizzo di questo regime è cresciuto del 18% rispetto all’anno prima tra le medie imprese del Nord Italia.

Il motivo? “La pressione sugli utili impone una gestione più efficiente del carico fiscale complessivo”, spiega Alessandra Molteni, partner di uno studio tributario milanese. Non sono però mancati i dubbi: alcuni osservatori sottolineano come questa neutralizzazione possa avvantaggiare soprattutto i gruppi più grandi e strutturati, lasciando fuori le realtà più piccole.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Il tema resta caldo anche tra le autorità fiscali. Diverse associazioni di categoria hanno chiesto chiarimenti al Ministero dell’Economia in vista di possibili modifiche alle regole sulla deducibilità degli interessi, con l’obiettivo di rendere il sistema più equilibrato tra grandi gruppi e piccole imprese.

Intanto, senza nuove modifiche all’orizzonte, il consolidato fiscale resta uno degli strumenti più usati per “annullare” le perdite di deducibilità e garantire una gestione più lineare dei flussi finanziari interni ai gruppi. Una soluzione tecnica, spesso poco visibile fuori dagli uffici amministrativi, ma sempre più decisiva per chi deve chiudere i bilanci nel 2026.

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