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Revoca necessaria: come disconoscere l’assegnazione della casa familiare per l’IMU

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Sonia Rinaldi

Roma, 10 novembre 2025 – La Corte di Cassazione ha messo i puntini sulle i con una sentenza fresca di pochi giorni. Per togliere l’assegnazione della casa familiare ai fini fiscali – in particolare per l’IMU – serve una revoca formale del provvedimento giudiziale. La questione è calda per migliaia di coppie separate o divorziate in tutta Italia. Tutto è nato perché alcuni Comuni hanno messo in dubbio l’esenzione dall’imposta, basandosi su presunti cambiamenti che però non erano mai stati ufficializzati.

IMU e casa familiare: la Cassazione spezza una lancia

Per la Suprema Corte, non basta che la convivenza finisca o che il genitore affidatario si trasferisca. Questi fatti da soli non bastano a far perdere alla casa il trattamento fiscale di abitazione principale. “Serve una revoca espressa da parte del giudice”, spiega la sentenza. Solo in quel momento, il bene può tornare a essere considerato una seconda casa e quindi soggetto all’imposta municipale unica.

Il caso preso in esame riguardava una donna di Torino. Dopo la separazione, la casa le era stata assegnata, ma il Comune pretendeva l’IMU da seconda casa, sostenendo che non vi abitasse più stabilmente. La Cassazione ha ribaltato la decisione dei giudici di merito, sottolineando che “l’assegnazione della casa familiare non può essere disconosciuta in via amministrativa, ma solo con un provvedimento giudiziale di revoca”.

Residenza e dimora: le condizioni per restare esenti

La sentenza chiarisce un altro punto cruciale: per godere dell’esenzione come abitazione principale, il genitore affidatario deve avere sia la residenza anagrafica sia la dimora abituale nell’immobile. Non basta essere assegnatari sulla carta: bisogna vivere davvero lì e risultare residenti all’indirizzo.

“L’esenzione IMU – ha spiegato il giudice relatore – spetta solo se il genitore affidatario risiede e dimora abitualmente nell’immobile assegnato. Se non è così, anche senza una revoca formale, il Comune può contestare il beneficio”. Questa puntualizzazione fa chiarezza su molte interpretazioni contrastanti viste negli ultimi anni tra uffici tributi e contribuenti.

Separati e divorziati, cosa cambia davvero

La decisione della Cassazione avrà un impatto concreto su tante famiglie. Chi ha ottenuto l’assegnazione della casa familiare deve tenere d’occhio due cose: che esista un provvedimento di revoca e che si viva effettivamente nell’immobile. Se manca uno di questi elementi, si rischiano richieste di pagamento arretrate dall’amministrazione comunale.

Ogni anno, secondo il Ministero della Giustizia, in Italia ci sono circa 90mila separazioni con figli minori. In quasi tutti i casi la casa finisce al genitore affidatario, spesso la madre. Qui si intrecciano aspetti fiscali e sociali: “Non è raro che, dopo qualche anno, chi ha ottenuto la casa si sposti altrove per lavoro o per motivi personali”, spiega l’avvocato Giulia Ferri, esperta di diritto di famiglia. “In questi casi, è fondamentale aggiornare anche la situazione legale”.

Come muoversi per evitare problemi con l’IMU

Se non si vive più nella casa assegnata, bisogna chiedere al giudice una revoca formale. Solo così il Comune potrà legittimamente considerarla seconda casa e applicare l’imposta piena. Se invece non c’è revoca, l’esenzione resta valida – a patto di mantenere residenza e dimora.

Gli uffici tributi dei Comuni stanno già adeguando le procedure. “Stiamo mettendo a punto nuove linee guida”, conferma un funzionario del Comune di Milano, “perché la sentenza della Cassazione richiede di controllare meglio i requisiti”.

Più chiarezza per famiglie e Comuni

Questa sentenza fa un po’ di ordine su un tema che aveva creato confusione tra cittadini e amministrazioni. Ora è chiaro: senza revoca giudiziale e senza perdere residenza e dimora abituale, l’assegnazione della casa familiare vale ancora ai fini IMU. Per molti separati e divorziati, questa distinzione potrà fare la differenza nei rapporti con il fisco locale.

Sonia Rinaldi

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