Roma, 7 gennaio 2026 – Quando si parla di normativa amministrativa e delle lungaggini burocratiche, uno degli aspetti che crea più problemi a cittadini e professionisti è senza dubbio lo sbarramento temporale dei 90 giorni. Questa regola, ormai consolidata, impone un limite netto per la presentazione di documenti, istanze o richieste: se non si agisce entro tre mesi, non c’è più niente da fare.
La legge dice chiaramente: 90 giorni e stop
La legge italiana stabilisce che, in molti procedimenti – come i ricorsi amministrativi contro atti pubblici o le domande per accedere a certi benefici – il termine massimo è di 90 giorni. Passato questo periodo, spiegano fonti del ministero, “la domanda si intende respinta per decadenza del termine”. Una regola rigida che non ammette eccezioni facili. Si applica in molti casi: dalle controversie con l’Inps ai ricorsi contro multe stradali fino alle contestazioni disciplinari nella pubblica amministrazione.
Perché questa regola? “Serve a garantire certezze nei rapporti tra cittadino e amministrazione”, spiega un funzionario del Dipartimento Affari Giuridici di Palazzo Chigi. “Senza un limite chiaro, i procedimenti resterebbero aperti all’infinito”.
Quando i 90 giorni diventano un problema concreto
Sul campo, il rispetto della scadenza è spesso fonte di guai. Molti scoprono all’ultimo momento di aver perso il treno. Da Roma a Milano, patronati e sportelli Caf raccolgono tante richieste d’aiuto proprio su casi dove “il termine è già scaduto”, racconta Marina Russo, operatrice in un Caf sulla Tuscolana. “La gente arriva convinta di poter ancora sistemare la situazione. Ma se sono passati i novanta giorni, non c’è niente da fare”.
Ci sono però alcune eccezioni: la giurisprudenza ammette casi particolari, come forze maggiori o errori dell’amministrazione. Ma sono situazioni rare e difficili da dimostrare. Se non ci sono motivi validi, la decadenza scatta automaticamente.
Le origini della norma e qualche dubbio ancora aperto
Lo sbarramento dei 90 giorni risale agli anni Novanta con la riforma Bassanini sul procedimento amministrativo (Legge 241/1990). Nel testo si legge che “salvo termini diversi stabiliti dalla legge”, il ricorso o la domanda deve essere presentato entro tre mesi dalla notifica dell’atto o dalla conoscenza del provvedimento. Da allora questa regola è stata ripresa da tante norme specifiche: dall’edilizia alle contestazioni nel pubblico impiego.
Non mancano però le interpretazioni diverse. Alcuni avvocati esperti osservano che “il termine inizia a correre solo quando l’interessato viene davvero messo a conoscenza dell’atto”. Insomma, contano le notifiche fatte bene.
Come evitare brutte sorprese
Gli esperti consigliano di fare molta attenzione alle date sulle comunicazioni ufficiali e di muoversi senza perdere tempo appena arriva un provvedimento. “La notifica fa partire i novanta giorni subito: non si può aspettare”, ricorda Vincenzo D’Amico, avvocato specializzato in diritto amministrativo. In caso di dubbi sulla validità o sui tempi è sempre meglio chiedere subito una consulenza.
Anche le amministrazioni pubbliche hanno iniziato da qualche anno a ricordare i termini direttamente nei moduli: negli ultimi documenti Inps compare chiaramente la frase “Il termine per presentare opposizione è fissato in 90 giorni dalla data di notifica”, proprio per evitare discussioni.
I 90 giorni restano un punto fermo con la PA
Per chi ha a che fare ogni giorno con la Pubblica Amministrazione, la scadenza dei 90 giorni è un muro invalicabile. “Spesso chi arriva tardi pensa che basti appellarsi al buon senso”, racconta ancora Marina Russo dal suo sportello romano. “Ma i sistemi informatici bloccano tutto: non c’è modo di passare oltre”.
Il consiglio resta sempre quello: leggere con attenzione ogni comunicazione ufficiale e agire subito. Solo così – dicono esperti e funzionari – si possono evitare spiacevoli sorprese e mantenere aperta la possibilità di far valere i propri diritti senza dover inseguire proroghe quasi mai concesse.
