New York, 21 gennaio 2026 – I tassi Usa hanno vissuto ieri una giornata di forti movimenti, spinti da una serie di fattori che si sono intrecciati nell’ultimo giro di lancette: nuove tensioni intorno alla Federal Reserve, l’incertezza sulla situazione in Groenlandia e una rilettura più attenta dei dati sull’indice dei prezzi al consumo (CPI). La Borsa ha aperto con un atteggiamento prudente, con operatori visibilmente preoccupati per una direzione ancora poco chiara.
Wall Street aveva già mostrato nervosismo lunedì sera. Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, in una breve dichiarazione alle 17.15 ora di New York, ha ribadito che “la priorità resta la stabilità dei prezzi”, senza però fornire dettagli su quando potrebbe arrivare un possibile taglio dei tassi di interesse. Parole asciutte, pronunciate a margine di un evento della Camera di commercio locale, che hanno subito acceso le speculazioni tra analisti e investitori. “Il mercato si aspettava qualche segnale più netto”, ha detto via telefono Sara Kim, strategist di Morgan Stanley, intorno alle 19, quando ormai i future dei Treasury stavano perdendo terreno.
Solo a quel punto – con le parole di Powell che giravano sempre più insistentemente sui terminali – il rendimento dei titoli decennali ha superato il 4,22%, toccando i massimi delle ultime quattro settimane. Per molti operatori, il mercato resta appeso al giudizio della Fed sull’andamento dell’inflazione.
Intanto da Manhattan arrivavano aggiornamenti sulle tensioni in Groenlandia. Nella notte di lunedì, le autorità danesi hanno confermato un incidente diplomatico con gli Stati Uniti riguardo a installazioni militari strategiche sulla costa occidentale. La notizia – riportata dal New York Times e confermata dal ministero degli Esteri danese alle 2.30 locali – ha scosso subito i mercati finanziari. Gli esperti collegano la vicenda all’aumento recente delle spese per la Difesa nell’Artico, dove la gara alle risorse energetiche sta facendo salire la tensione tra Washington e Copenaghen.
“Questi sviluppi hanno agitato non poco i mercati obbligazionari americani”, ha ammesso James Wallace, portavoce di Citigroup, in una breve nota. Tuttavia, molti addetti ai lavori precisano che – almeno per ora – l’impatto economico diretto dell’incidente è difficile da stimare.
Un altro elemento che ha mosso ieri i tassi Usa è il dato sul Consumer Price Index pubblicato venerdì scorso. Secondo il Bureau of Labor Statistics, il dato core – cioè al netto di energia e alimentari – è salito al 3,6% su base annua, un po’ sopra le aspettative del mercato. Dettaglio non sfuggito agli hedge fund. Molti analisti stanno rivedendo al rialzo le probabilità che la Fed rimandi ogni taglio al prossimo incontro di marzo. “L’idea di un taglio anticipato sembra ormai lontana”, ha commentato Emily Gutierrez di JP Morgan.
Tra le 13 e le 14 ora italiana (le 7-8 a New York), alcuni gestori hanno segnalato vendite sui Treasury a breve scadenza: segno che l’attesa per una svolta accomodante da parte della Fed si sta allungando. Rimane quindi da capire: quanto resterà alta l’inflazione? E quanto spazio avrà la banca centrale per muoversi?
La giornata si è chiusa con rendimenti in aumento su tutta la curva dei titoli americani: il decennale ha chiuso al 4,19%, il biennale è risalito al 4,52%. In Borsa invece gli indici hanno faticato a trovare una direzione chiara: il Dow Jones ha chiuso praticamente invariato (+0,05%), mentre il Nasdaq ha perso quasi mezzo punto. Diversi operatori – tra cui Michael Parkes di Goldman Sachs – hanno spiegato che “finché non ci saranno segnali chiari dalla Fed”, la volatilità resterà alta.
In questo quadro pesa anche l’incertezza internazionale: oltre alla Groenlandia, tengono banco le tensioni nel Mar Rosso e le nuove sanzioni commerciali tra Stati Uniti e Cina nei report delle grandi banche d’affari.
Nel breve periodo lo scenario non sembra destinato a cambiare velocemente, secondo molti analisti sentiti da alanews.it nelle ultime ore. Tutti resteranno concentrati su ogni parola ufficiale dalla Fed e su possibili sviluppi geopolitici nell’Artico. Fino ad allora i tassi Usa continueranno a oscillare su questa linea sottile tra dati economici e tensioni internazionali.
A Manhattan come a Chicago o San Francisco i desk sono in allerta continua: “Basta poco per far saltare tutto”, ha confidato un trader alle 17 guardando i grafici dei rendimenti muoversi ancora verso l’alto.
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