Roma, 16 gennaio 2026 – Le attività didattiche offerte da scuole, associazioni e enti del terzo settore in Italia stanno cambiando volto dopo l’entrata in vigore della Legge 199/2025. La nuova norma mette nero su bianco criteri più chiari per riconoscere la natura non commerciale di questi servizi. Un passaggio molto atteso, che ha acceso dibattiti sia dentro che fuori dal Parlamento. Ora, però, si prepara a incidere davvero sulla vita di centinaia di realtà.
Secondo la legge, le attività didattiche sono considerate non commerciali solo se il corrispettivo medio richiesto agli studenti resta sotto il livello del costo medio per studente sostenuto dall’organizzazione. Un dettaglio che ha già scatenato opinioni contrastanti tra operatori del settore, insegnanti e famiglie.
La novità più importante, contenuta nell’articolo 2 della L. 199/2025, riguarda i parametri fiscali per le attività didattiche. Finora la differenza tra attività commerciale e non commerciale era piuttosto confusa e lasciava spazio a interpretazioni diverse. Da oggi invece la legge fissa un criterio preciso: si deve guardare ai numeri. Solo se la media delle quote pagate dagli iscritti è inferiore al costo medio per partecipante, l’attività resta a tutti gli effetti senza scopo di lucro.
“Un chiarimento che aspettavamo da anni,” commenta Marco Belli, presidente di una rete nazionale di scuole paritarie. In passato i controlli erano irregolari e ogni Agenzia delle Entrate territoriale faceva un po’ come voleva. Adesso, almeno sulla carta, i criteri sono oggettivi: si valuta il bilancio guardando al rapporto tra entrate dagli studenti e spese per l’attività didattica.
Per molte realtà — dai piccoli istituti privati alle scuole di musica di quartiere — questa nuova definizione richiede una revisione del proprio modello organizzativo. Se si supera il limite fissato dalla legge, si rischia di perdere agevolazioni importanti: via l’esenzione IVA, meno vantaggi sulle imposte dirette e un carico burocratico più pesante.
In pratica ogni anno bisognerà rifare i conti con attenzione. Il corrispettivo medio si calcola dividendo le somme incassate dagli iscritti per il numero reale degli studenti; il costo medio, invece, include tutte le spese legate all’attività — docenti, materiali, affitti, utenze comprese. Se il saldo è positivo per l’organizzazione allora scatta la qualifica commerciale.
“Temiamo aumenti dei prezzi o tagli ai servizi,” confida Lucia Esposito, responsabile di una storica associazione culturale romana. Alcuni enti stanno già rivedendo i bilanci proprio per evitare di perdere lo status fiscale agevolato.
L’Agenzia delle Entrate avrà il compito di vigilare sull’applicazione della norma con controlli mirati soprattutto nelle grandi città e nelle organizzazioni che gestiscono tanti corsi contemporaneamente. L’obiettivo dichiarato è evitare abusi e distinguere le attività con una reale finalità educativa da quelle mosse dal profitto.
Ma non mancano dubbi e timori. I sindacati del settore educativo chiedono chiarimenti su come calcolare alcune voci — come spese generali o ammortamenti — mentre centri studi giuridici invitano alla cautela. Le situazioni al limite potrebbero provocare contenziosi: “Alcune realtà vivono al margine della sostenibilità economica,” avverte Stefano Mantovani, docente universitario. “Se l’interpretazione fosse troppo severa si rischia di penalizzare chi lavora in condizioni già difficili.”
Anche tra i genitori emergono preoccupazioni sui possibili rincari. Ne abbiamo incontrati alcuni davanti a un istituto comprensivo alla Garbatella poco dopo l’uscita dei bambini alle 13: “Abbiamo scelto questa scuola proprio per la sua apertura sociale,” dice Silvia Longo, madre di due ragazzi iscritti a corsi extrascolastici. “Se i costi dovessero salire troppo dovremo pensarci seriamente.”
Per ora però molte scuole preferiscono andare con calma: nessun aumento immediato delle rette e massimo impegno a informare i genitori sui passi successivi della legge. “Non vogliamo creare allarmismi,” assicura don Luigi Greco, parroco e responsabile di una scuola dell’infanzia nel quartiere Tuscolano.
In definitiva la Legge 199/2025 segna una svolta nella gestione delle attività didattiche non commerciali, richiedendo agli enti più trasparenza nei conti e attenzione a mantenere un equilibrio economico solido. Il vero banco di prova sarà il prossimo anno scolastico, probabilmente già da settembre 2026.
Ora resta da vedere come scuole, associazioni e famiglie sapranno adattarsi alla nuova situazione. Molte realtà corrono contro il tempo per aggiornare i bilanci senza perdere le agevolazioni fiscali fondamentali per continuare a svolgere un ruolo sociale importante. La partita è aperta ed è seguita con interesse sia dagli addetti ai lavori sia dalle persone che ogni giorno vivono dentro le scuole italiane.
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